sabato 5 novembre 2011

Richiesta assemblea pubblica per informare i cittadini della montagna pistoiese.


ALL'ATTENZIONE DEGLI ORGANI DI STAMPA

Alla luce dei recenti, tragici, avvenimenti che hanno colpito le popolazioni della Lunigiana, di Genova e La Spezia, abbiamo inviato una lettera ai comuni della montagna e alla provincia di Pistoia, dove chiediamo che le istituzioni competenti nella gestione del territorio (comuni e provincia) convochino delle assemblee pubbliche, dove possa essere possibile mettere al corrente i cittadini  sui reali rischi che corrono con l'ondata di maltempo che come ogni anno ci prepariamo ad affrontare, o molto meno tragicamente, fare in modo che i cittadini vengano informati a proposito degli interventi fatti sul territorio per prevenire le frequenti frane alle quali siamo soggetti, in particolar modo il territorio della val di lima e di Pracchia, o eventualmente fare ulteriori controlli e interventi, visti i (talvolta evidenti) segni che indicano la tenuta poco stabile del terreno su cui camminiamo tutti i giorni (situazioni magari sotto controllo, ma che allarmano il cittadino).
Facendo questo non ci vogliamo dimostrare ne allarmisti ne premonitori di tragedie, proprio perché non siamo abbastanza informati sulla reale situazione del nostro territorio, nonostante parliamo di fenomeni (come le frane) che ci colpiscono in maniera regolare e da sempre rappresentano un problema per gli abitanti della montagna pistoiese.

Purtroppo è sconfortante renderci conto che, soltanto quando abbiamo le tragedie sotto gli occhi, ci rendiamo conto di quanto possa valere mettere la massima attenzione in una gestione regolare e pulita dei fiumi e del territorio in generale, perché le alluvioni sono fenomeni naturali, ma talvolta i rischi ed i morti si possono evitare. 
E' bello però sapere che esistono degli "angeli del fango" ragazzi e ragazze che mettono in moto la solidarietà ed aiutano le popolazioni alluvionate. Per chi volesse dare una mano, Rifondazione Comunista ha mette in moto i mezzi per farlo, organizzando squadre di soccorso nei territori alluvionati. Chi fosse interessato può contattare la federazione genovese del PRC (scrivere a rifgenova@gmail.com, oppure contattare il responsabile organizzazione provinciale Sergio Triglia (3384260812), oppure da fisso 0102759149 Roberto).

Grazie dell'attenzione.

Giovani Comunisti circolo "Alberto Giannini" della montagna pistoiese.

martedì 1 novembre 2011

VIII Congresso PRC Montagna Pistoiese-Circolo GC "A.Giannini"

PER LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA! PER UN UNICO PARTITO COMUNISTA! 


Congresso dei GC "A.Giannini":
venerdì 4 novembre alle ore 21.00 (presentazione dei documenti ed inizio dei lavori).

Si volgerà tutto all'interno della sezione PRC "Montagna Pistoiese" (Piazza Appiano, Maresca).




I documenti congressuali sono consultabili e scaricabili a questo indirizzo: http://web.rifondazione.it/viii/

sabato 15 ottobre 2011

Gli indignati e il debito, di Vladimiro Giacché

Domani, in Italia come in molti altri Paesi, si svolgeranno le manifestazioni degli Indignati. Si tratta di un movimento che sta assumendo dimensioni globali e che intende dar voce, come dicono i cartelli issati dai manifestanti a Wall Street, a quel 99% della popolazione che sta pagando una crisi che non ha provocato. È importante che le ragioni di questa protesta non siano inquinate e distorte da atti di violenza che servirebbero soltanto a screditare il movimento, offrendo un’ottima scusa a chi non vuole entrare nel merito dei suoi motivi. Che sono molti e molto seri.
A oltre quattro anni dall’inizio della crisi continuano i salvataggi di banche e assicurazioni con soldi pubblici: l’ultimo caso, di pochi giorni fa, riguarda Dexia e costerà 90 miliardi di euro a Belgio, Francia e Lussemburgo. In compenso si lascia marcire la crisi greca, dopo averla aggravata con il piano di austerity draconiano che ha accompagnato il “salvataggio” del 2010. I bilanci pubblici in Europa sono stati prima appesantiti accollando ad essi il debito privato, e ora si tenta di alleggerirli smantellando i sistemi di welfare e privatizzando a più non posso. Intanto si assiste ad uno spostamento di sovranità dagli Stati a una sorta di terra di nessuno in cui chi detta le regole sono di fatto i governi degli Stati “forti” dell’Unione o addirittura la Banca Centrale Europea. Quest’ultima, non contenta di far male il proprio lavoro (vedi l’aumento dei tassi di interesse a luglio), ha pensato bene di cominciare a dettare agli Stati le politiche economiche e sociali: richiedendo all’Italia – con una lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta “per non turbare i mercati” – di effettuare la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici, ridurre gli stipendi pubblici e rendere più facili i licenziamenti.
Infine, a turbare non i mercati ma gli Indignati, c’è il governo peggiore di sempre: che prima ha negato la crisi, poi ha accettato senza fiatare una modifica del patto di stabilità punitiva per l’Italia e infine ha costruito una manovra economica (anzi: quattro) da manuale quanto ad iniquità e inutilità.
“Noi il debito non lo paghiamo” è tra gli slogan di questa giornata in Italia. È condivisibile? Dipende. Se significa “ripudio del debito” è difficile essere d’accordo. Per almeno tre motivi:
1) Perché il default sul debito italiano sarebbe pagato in parte non piccola proprio dai lavoratori e pensionati che da decenni sono abituati a considerare i titoli di Stato come il porto più sicuro per i propri (pochi) risparmi. Secondo stime di Morgan Stanley del luglio scorso, gli investitori privati italiani, con un 14% del debito totale, sono in assoluto tra i maggiori detentori del debito pubblico, secondi soltanto alle banche italiane (15%) e ai gruppi assicurativi esteri e fondi comuni europei (14,6%). A quella percentuale vanno aggiunti anche i fondi di investimento italiani (5,5%), i fondi italiani gestiti all’estero (6,1%) e una parte del debito in mano a compagnie assicurative italiane (11,4%): in definitiva, direttamente (acquistando titoli di Stato) o indirettamente (attraverso fondi e polizze che acquistano titoli di Stato), i cittadini italiani possiedono tra il 25% e il 30% dell’intero debito pubblico. Forse anche di più, viste le vendite massicce effettuate da banche e fondi esteri durante l’estate. Per aggirare questo problema, qualcuno propone un “default selettivo”. Il “default selettivo” però si ha quando non si ripaga (a nessuno) uno specifico titolo di Stato. Non si può, invece, in relazione a uno stesso titolo di Stato, scegliere i creditori da privilegiare rispetto ad altri: non solo è una violazione contrattuale, ma è impossibile sul piano pratico.
2) Dopo un default i mercati internazionali dei capitali sarebbero indisponibili a finanziare l’Italia per diversi anni. Questo comporterebbe la necessità di un forte avanzo primario, e quindi di politiche di bilancio ancora più rigide di quelle oggi richieste dai più oltranzisti pasdaran del pareggio di bilancio.
3) Un default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione. Tra gli effetti di quest’ultima ci sarebbe una notevole deflazione salariale causata dal crollo del potere d’acquisto dei lavoratori rispetto ai prodotti finiti importati e a quelli al cui prezzo contribuiscono beni intermedi importati (tra cui il petrolio e il gas). Alcuni economisti di destra consigliano le svalutazioni proprio perché rappresentano un modo per ridurre i salari tanto efficace quanto indiretto (e quindi tale da suscitare minori proteste di tagli diretti degli stipendi).
Per questi motivi il default, anche per Argentina e Islanda, non è stato una scelta politica, ma una drammatica necessità.
C’è però un altro modo per leggere lo slogan “Noi il debito non lo paghiamo”: mettendo l’accento sul“noi”. Questa è invece una rivendicazione sacrosanta, soprattutto nei confronti di una finanziaria che – tra colpi di scure alla finanza pubblica, abolizione di gran parte delle detrazioni fiscali e aumento delle imposte indirette – grava in gran parte su chi guadagna di meno e paga le tasse, mentre è in arrivo l’ennesimo condono-regalo per gli evasori. È giusto esigere che la crisi la paghi chi evade 120 miliardi di euro all’anno e chi detiene grandi patrimoni, e che i risparmi, anziché sugli asili nido e sulle scuole, si facciano sulle spese militari (26 miliardi) e sullo sperpero di denaro pubblico per le imprese private (30 miliardi all’anno). Avanzare oggi questa rivendicazione equivale a introdurre nelle dinamiche di questa crisi un vincolo nuovo: l’indisponibilità di chi sinora ne ha pagato il prezzo a continuare così. È l’unico vincolo in grado di imporre una svolta nella gestione di questa crisi.
Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2011 
Fonte: reblab.it

martedì 11 ottobre 2011

Salvare le banche non basta: nazionalizzazione (a tempo) in Belgio


Dexia, c’è l’accordo tra i Governi per lo smantellamento. Il Belgio nazionalizzerà la banca
Alessandro Galimberti – il Sole 24 Ore 09/10/2011
I governi di Belgio, Francia e Lussemburgo hanno annunciato di aver trovato un accordo sullo smantellamento della Dexia. La «soluzione poposta» è scritto in una nota «sarà sottoposta al Cda della Banca» iniziato nel pomeriggio di domenica e in tarda serata ancora in corso.
Lo Stato belga, secondo le anticipazioni pubblicate dal quotidiano online Le Soir, sborserà quattro miliardi di euro per assumere il controllo della Dexia Banque Belgique (Dbb): Bruxelles diverrà quindi l’unico azionista dell’istituto attraverso la Società federale di partecipazione e investimenti. Il valore della Dbb è stimato fra i 3 e i 7,5 miliardi di euro. In un secondo momento il capitale in mano allo Stato sarà aperto anche alle regioni belghe che possiedono attualmente il 5,7% del pacchetto azionario dell’istituto. Il governo belga aveva già salvato Dexia nel 2008, ricapitalizzando la banca con tre miliardi di euro.
La Francia dal canto suo, secondo il sito del quotidiano economico L’Echo, sborserebbe invece tra 650 e 700 milioni di euro per rilevare la branca francese di Dexia. Le garanzie per la “bad bank’” nella quale verrebbero isolate le attività a rischio dovrebbero arrivare – secondo quanto riportato da L’Echo e dalla tv pubblica Rtbf – a 90 miliardi di euro, che sarebbero garantiti per il 60% dalla Francia, per il 36,5% dalla Francia e per il 3,5% dal Lussemburgo.
Un consiglio dei ministri straordinario del governo belga è previsto al termine del consiglio d’amministrazione di Dexia, per finalizzare la nazionalizzazione della branca belga. La riunione dei ministri è stata fissata per le 22, comunque al termine del consiglio d’amministrazione della banca franco-belga, che è iniziato alle 15 ma si è protratto oltre le previsioni. Il governo dovrà dare l’incarico ufficiale alla Societè Federale de Participations et d’Investissement di acquistare Dexia Banque Belgique.
Il punto centrale del vertice franco-belga concluso nella mattinata di domenica era stata la ripartizione dei pesi per la divisione di Dexia ed in particolare il prezzo di vendita della branca belga Dbb (Dexia Banque Belgique, per la quale il ministro delle Finanze Didier Reynders non ha escluso la partecipazione al 100% del governo), e la ripartizione delle garanzie da fornire ad una futura “badbank’” che verrà creata per raccogliervi tutti gli asset tossici. In questo modo verrebbero isolate le attività a rischio, che pesano sul bilancio del gruppo bancario, il cui titolo azionario è sospeso da giovedì scorso dopo aver perso il 42% in una settimana.
Il prezzo dell’operazione è stato al centro delle discussioni nel lunghissimo Cda di domenica. Secondo il quotidiano online belga Le Soir, il governo belga avrebbe concordato un prezzo di 4 miliardi di euro per l’acquisto della branca locale di Dexia, la Dbb. Belgio e Francia, inoltre, avrebbero raggiunto l’accordo sulle percentuali di garanzia per il rifinanziamento dei circa 120 miliardi di euro, tra bond e prestiti, detenuti da Parigi e dalla banca con sede a Bruxelles.
L’acquisto del 100% della branca belga di Dexia – Dbb – secondo il ministro Didier Reynders «non sarà a tempo indeterminato» ma neppure «per tre o sei mesi». Reynders lo ha dichiarato in una intervista radiofonica alla catena pubblica Rtbf durante la quale ha anche affermato che, di fronte all’ampiezza della crisi del debito sovrano, «non escludo che fra tre, cinque o anche più anni noi saremo ancora presenti» nel capitale di Dbb.
Intanto il report in uscita sull’edizione di lunedì del settimanale Der Spiegel fa il punto sull’indebitamento dell’unità tedesca della banca franco-belga Dexia Sa (Dexb.Bt). Un’unità «in lotta per la sua stessa sopravvivenza» scrive il settimanale, a causa dell’esposizione prolungata sul debito dei paesi europei. La controllata Dexia Kommunalbank Deutschland avrebbe infatti erogato finanziamenti per 5.4 miliardi di euro a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. Secondo il rapporto, l’authority di controllo sul sistema finanziario tedesco (Bafin) aveva messo sotto pressione la capogruppo già dal 2010 per aumentare il patrimonio netto. Un allarme inascoltato, visti problemi di liquidità che alla fine hanno gettato l’azienda nella drammatica turbolenza di queste ultime settimane.

fonte: gctoscana.eu

domenica 9 ottobre 2011

Analisi di un piccolo successo.

Lo scorso 7 ottobre i Giovani Comunisti hanno aderito alla giornata nazionale di mobilitazione studentesca, giornata che ha visto in centinaia di piazze italiane la straordinaria partecipazione di studenti di ogni indirizzo scolastico.
Il primo dato positivo da sottolineare(dal punto di vista del nostro circolo)è,non solo la forte presenza di studenti della montagna pistoiese,ma anche una buona presenza di studenti provenienti dall'istituto comprensivo di San Marcello Pistoiese.
Il tempo meteo non è stato a nostro favore, ma nonostante questo non c'è stata dispersione dei partecipanti,che sono giunti quasi tutti al termine della manifestazione,dando il loro contributo nella raccolta firme promossa dall'ARCI "L'Italia sono anch'io" e quella promossa dai GC per ottenere spazi autogestiti dagi studenti anche nelle scuole pistoiesi.
La prima domanda da porsi è : "a cosa è servita questa manifestazione"?
Viviamo all'indomani di quello che è un grande fallimento dell'attivismo studentesco,cioè "l'onda" del 2008,un successo per la partecipazione e un "flop" degli obbiettivi,soprattutto nelle grandi città, dove i disagi sono apparsi più visibili delle problematiche messe in discussione, anche se nel mondo studentesco quel grande movimento a fatto emergere la figura del ministro Gelmini, come una icona della negatività permanente,un grande risultato, ma che comunque non rende gli studenti realmente coscienti della situazione.
Questo fallimento dunque deve essere uno spunto per sapere mettere in discussione la "politica del movimento",per fare emergere la politica reale.
A Pistoia venerdì abbiamo finalmente visto qualcosa di differente da altri cortei passati dallo stampo quasi mediocre e banale,visto che è stata, in primis, vinta la "paura dei simboli", quindi è stato superato lo scalino dell'astratto come soluzione e siamo arrivati al punto dove viene mostrata come soluzione una identità che rappresenta un' idea e un progetto. Dunque,togliendo alcuni casi,gli studenti hanno visto identità politiche(come i GC ed i GD) e identità studentesche(come la FDS e il CPM) come qualcosa da seguire e non da evitare,questo non tanto perché le organizzazioni hanno deciso di scendere col movimento, ma perché hanno deciso di dare ad esso una identità. Dimostrazione di questo la troviamo nelle adesioni: Subito dopo il corteo 16 studenti (numero incredibile per una realtà minuscola come Pistoia) sono venuti a prendere la tessera dei Giovani Comunisti (5 dei quali al circolo "Alberto Giannini").
Se dunque gli studenti decidono di avvicinarsi alle realtà politiche vuol dire che incominciano a vedere le manifestazioni di questo genere,non più come una festa,ma una fase di un processo.
Ora che le cose cominciano a girare non freniamole,portiamo avanti la collaborazione fra le realtà interessate (di stampo antifascista),in particolare fra i GD e GC, attraverso anche la Federazione degli Studenti, sigla che ha bisogno ancora di assestarsi a livello organizzativo e che manca di una reale esperienza (come si poteva vedere da alcuni dettagli nel corteo),ma che è la sede giusta ove costruire qualcosa.

Non torneremo indietro nemmeno per prendere la rincorsa (cit. Andrea Pazienza)

mercoledì 28 settembre 2011

Federazione degli studenti-Pistoia


Il 20/09/2011 nasce anche a Pistoia la Federazione Degli Studenti, una organizzazione studentesca che rappresenta una novità per la difesa dei diritti degli studenti pistoiesi, perché essa è una organizzazione con le idee chiare che non vuole stringersi con l'apoliticità, ma fare politica per un governo della società più umano, in particolare una scuola pubblica statale veramente a servizio del cittadino.
In un'Italia dove l'istruzione è diventato un serbatoio di fondi da svuotare per cause esterne(cioè il risanamento di un'economia sempre più dedita al servizio di ceti elevati,o potenze straniere, a discapito del cittadino medio,politica che ci ha condotto nella più grave crisi del capitale mai vissuta nella storia),quindi dove vuole essere eliminata alla radice una prospettiva positiva per il nostro paese,la Fed. degli Studenti riunisce gli studenti proiettati verso il progressismo,con una chiara idea del significato che ha il "viver civile" e la partecipazione attiva alla vita sociale.
Una lotta concreta al neofascismo, anche se mascherato con sigle di associazioni culturali, contrastando con forza la loro attività nelle scuole.
Come GC vediamo di buon occhio la nascita di questo soggetto anche per un fattore aggiunto, cioè che vediamo collaborare sotto quella bandiera nostri militanti assieme a militanti provenienti da organizzazioni giovanili diverse(come i Giovani Democratici, che sono promotori del soggetto),con le quali riusciamo ad avere un buon rapporto politico che può creare solo qualcosa di costruttivo,in un periodo negativamente storico per l'unità della sinistra.

La strada da percorrere non è quella della dispersione movimentista inconcludente, ma affrontare la situazione attuale attraverso una struttura organizzata che possa avere degli obbiettivi precisi, abilità nei rapporti diplomatici e politici e una voce univoca.
Il battesimo di fuoco sarà il 7 ottobre,giornata della mobilitazione nazionale studentesca,http://www.facebook.com/event.php?eid=276946458990314.

I GC sostengono la Fed. degli Studenti,collaborando con questo progetto affinché abbia buon fine.

Ricordiamo anche l'altra grande campagna dei GC "Alberto Giannini" della montagna pistoiese per quanto riguarda la scuola pubblica,cioè la petizione che chiede agli istituti pistoiesi una maggiore flessibilità nei confronti degli studenti della montagna, notevolmente disagiati rispetto ai "pianigiani",per le ore di viaggio,gli orari effettivi in cui è possibile dedicarsi allo studio,permessi per uscite anticipate in caso di nevicate ecc.(per info maggiori e per firmare la petizione clicca QUI: http://www.petizionepubblica.it/PeticaoVer.aspx?pi=P2011N13404 , chiediamo scusa per gli errori ortografici).

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vuoi aderire alla Federazione degli Studenti?

Chiama i numeri:

  • 3386659247 (Agnese)
  • 3297041874 (gabriele)


oppure manda una mail a: Fds.pistoia@groups.facebook.com




TI ASPETTIAMO!

lunedì 19 settembre 2011

Il sindacato del futuro – Intervista a Rinaldini

HA RIPRESO LA SUA ATTIVITA' LO SPAZIO DI DISCUSSIONE A SINISTRA CHE VANTA LA MIGLIORE QUALITA' A LIVELLO REGIONALE: "La Prospettiva"!!


Il sindacato del futuro: democrazia e cambiamento
Sabato 16 settembre – A cura di Dmitrij Palagi
Intervista a Gianni Rinaldini, Segreteria nazionale FIOM e Coordinatore nazionale “La CGIL che vogliamo”
1) Dopo lo sciopero generale del 6 settembre si preannuncia un lungo periodo di lotte, con appuntamenti di piazza già annunciati da movimenti e sindacati. Manca la politica dei partiti e quella del Parlamento, almeno sul fronte dell’opposizione al Governo delle destre. Che scenario si prospetta?
Siamo in una situazione totalmente sconosciuta nella storia repubblicana di questo Paese perché hanno utilizzato una manovra di bilancio per portare avanti un’operazione sul lavoro che a mio avviso modifica sostanzialmente l’assetto costituzionale. Per questo tutte le mobilitazioni previste sono giuste, così come quelle che presumibilmente si aggiungeranno sulla spinta di altri movimenti, basti pensare a quello degli studenti, nel  momento in cui riapriranno scuole ed università. Altre iniziative si legheranno per quanto riguarda i contratti: i metalmeccanici fra due settimane svolgeranno l’assemblea nazionale, dove decideranno per il rinnovo, oggi molto più complicato. Dico questo non solo per la divisione dei sindacati ma anche per la distruzione del contratto nazionale.
La necessità è quella di riuscire attraverso le iniziative e le mobilitazioni previste a costruire e far vivere un progetto alternativo rispetto alla crisi. Credo che questo sia oggi l’elemento più difficile e anche più drammatico perché non si intravede nella fase attuale nessuna ipotesi di uscita dal presente che metta mano ai nodi strutturali, gli stessi che hanno provocato la crisi. Prendono sempre più quota ragionamenti di governo tecnico e di emergenza nazionale, che presuppongono un allargamento della base parlamentare per misure ancora più pesanti. Tra 3/4 mesi saremo davanti ad una nuova emergenza e a nuove misure di intervento.
2) Con lo scioglimento del PCI e le varie evoluzioni della sinistra italiana si è modificato strutturalmente il rapporto tra sindacati e partiti. Come si può ricreare una sponda politica utile alle lotte sindacali ed efficace nella difesa degli interessi dei lavoratori?
Credo che i rapporti classici tra movimento operaio, partito e sindacato siano saltati da tempo in tutte le loro diverse versioni, da quella laburista (dove il partito nasce come rappresentanza del sindacato) a quella socialdemocratica, a quella comunista. Ragionando sul sindacato del futuro, questo non può che essere legittimato da un’unica fonte, ossia i lavoratori che vuole rappresentare. Un’organizzazione radicalmente democratica nelle scelte e nei suoi comportamenti: i lavoratori devono votare le piattaforme, gli accordi e nello stesso tempo il sindacato deve riuscire ad essere indipendente.
Indipendente non vuol dire indifferente nei rapporti con le forze politiche. Il sindacato deve essere in grado di esprimere una propria progettualità che discute con le forze politiche a pari dignità rispetto a visioni più generali di trasformazione del Paese. in questo è evidente che il problema della sponda si pone non nei modi tradizionali della storia del movimento operaio. Più semplicemente c’è la necessita che esista una sinistra politica con un radicamento di massa. Purtroppo oggi questa è assente nel nostro paese.
3) I mezzi di informazione spesso insistono sulla frattura tra minoranza e maggioranza interna alla CGIL, così come parti di alcuni partiti di sinistra. In alcune occasioni esponenti politici hanno azzardato una separazione tra CGIL e FIOM, con un avvicinamento di quest’ultima al sindacalismo di base. C’è un fondo di verità attorno a queste ricostruzioni? Non è un pericolo dividere in questa fase politica il più grande sindacato italiano e l’unica forza organizzata capace di mobilitare forze sociali consistenti?
La CGIl nasce dalla FIOM, non esiste la FIOM senza la confederazione. La confederalità come è stata costruita in Italia è molto diversa da quella degli altri paesi. Qui è fondata sul ruolo delle categorie e sulla dialettica con le categorie, che nella storia della CGIL non sono mai state un’articolazione della confederazione. Il sindacato tedesco, ad esempio, è rovesciato rispetto a quello italiano, è una sorta di coordinamento. La storia del sindacalismo in Italia è molto diversa.
A me pare che lo schema proposto dalla domanda sia totalmente sbagliato, non nel senso che non ci sia una divisione e posizioni diverse tra FIOM e CGIL. La differenza consiste nel fatto che il percorso fatto dalla FIOM in questi ultimi 20 anni circa è stato quello di ragionare esplicitamente sui processi di globalizzazione, per come sono stati costruiti e affermati. Questi mettono in crisi aspetti costitutivi del movimento operaio e del sindacato. C’è la necessità di costruire una situazione totalmente nuova  e di proporre quelle che possono essere le caratteristiche del sindacalismo del futuro. In questa chiave va letto lo sforzo della FIOM.
Il sindacato nasce contro una pura logica di mercato, per porre allo stesso vincoli sociali. Oggi siamo in una fase dove, anche rispetto alla crisi, il neoliberismo viene assunto come valore assoluto, privo di alcun vincolo sociale. La globalizzazione è concepita a partire da questo schema come un conflitto sulla competitività, nel mercato globale come in quello locale.
Il problema del sindacato del futuro è, in questa situazione, come riproporre vincoli sociali in una situazione completamente variata sia nella trasformazione delle imprese che nelle dimensioni del lavoro precario.
FIOM su questo ha fatto una scommessa, scegliendo democrazia, indipendenza e scendendo in piazza a Genova nel 2001, prendendo parte da subito al movimento internazionale alternativo alla globalizzazione. La CGIL ha invece pensato di poter attraversare questa fase con operazioni fondate sul meno peggio: cediamo perché dopo la situazione sarà migliore. La logica è stata invece quella di una radicalità per cui al meno peggio seguiva un altro meno peggio, fino alla situazione attuale, dove ci ritroviamo con un quadro legislativo sconosciuto nella storia della Repubblica italiana.
Come succede in tutte le grandi burocrazie, di cui faccio parte anche io, nel gruppo dirigente della CGIL si è coltivata l’illusione dell’autoconservazione, della chiusura interna. Per assurdo si è ridotto tutti gli spazi di democrazia e si anela alla conservazione sia nei rapporti con i lavoratori che in quelli all’interno della stessa CGIL. E’ la tipica reazione di chi ha paura di aprirsi esplicitamente ad un rapporto che mette in discussione le forme di rappresentanza sociale, così come le abbiamo conosciute.
Questo è tanto più delicato in una fase dove il disagio sociale è destinato a crescere. Temo infatti che siamo solo agli inizi del massacro sociale: ci sarà la necessità di aprirsi ad un rapporto con le parti colpite, altrimenti il disagio sociale potrà evolversi in qualsiasi direzione. Storicamente sappiamo che situazioni simili non si evolvono naturalmente in una sola direzione.
4) Si può aprire una strada di uscita dalla crisi pensando a nuove forme di produzione nel mondo del lavoro, guardando alle esperienze di autogestione operaia in Argentina (oltre 10mila lavoratori in centinaia di stabilimenti) o alle cooperative nate nei nostro Paese a partire dai lavoratori? Possono esperienze come queste fare “sistema”?
Seccamente ti dico no. Sono esperienze positive ma se si pensa che questa sia la risposta alla crisi si coltiva un’illusione, non è così neanche in Argentina.
Rispetto alle cooperative l’esperienza italiana non aiuta, lo dice uno che è cresciuto nella provincia più cooperativizzata d’Italia. Dopo le fasi iniziali si entra in quella delle grandi cooperative, dove l’autogestione non esiste più.  Si tratta di esperienze da favorire, senza pensarle come risposte. Non mi pare che lo stabilimento della FIAT in Argentina sia stato progettato su logiche cooperative, neanche in quel Paese si può ridurre il sistema alla forma della cooperativa.
5) Rispetto alla dimensione europea il sindacato è riuscito a organizzarsi all’altezza delle sfide imposte dal capitale a livello globale? Se così non fosse quale potrebbe essere la strada da intraprendere?
L’esigenza evidenziata dalla domanda rimane per intero. Dire oggi che c’è una risposta sindacale europea all’altezza delle dimensioni dei problemi non è vero. Questo non significa che non ci siano manifestazioni europee ma i rapporti tra le organizzazioni sindacali, oltre ad alcune parole d’ordine di carattere generale, non hanno portato a un coordinamento delle lotte nei diversi paesi.
Tralasciando i documenti, a cui non faccio riferimento, non esiste oggi una pratica sindacale a livello europeo e questo si sconta fortemente. Non è stata costruita un’Europa sociale e politica, quello che esiste oggi è a forte rischio di implosione. Non si possono sottacere neanche le nostre responsabilità, di non essere riusciti a costruire un’Europa fondata sui diritti che definisca una struttura fiscale di carattere progressivo. C’è ad oggi una gara europea quando si parla di diseguaglianza sociale. Prima degli anni ’80 la progressività fiscale negli USA prevedeva un aliquota anche del 70%, poi è arrivata l’epoca di Reagan. Oggi siamo in retroguardia anche rispetto alle tasse di successione. Occorre capire cosa è realmente successo.
Il 15 ottobre può dare visibilità europea alle varie forme di lotta, è una data importante.